Oggi è domenica. Domani andiamo in tipografia con questo numero di Sugo, il terzo.
Sono le diciotto, e ho poco più di due ore per descrivere tutto quello che c’è dentro, tutto quello che è successo in questi ultimi sei mesi.
Pochi minuti per tradurre emozioni, gioie, sorprese, speranze e paure che ci hanno accompagnato in questo nuovo numero. Non bastano.
Mi sembra un’impresa difficile, impossibile. Ci rinuncio.
Fare l’editoriale non è mai stato facile, è sempre una grande responsabilità. Ogni volta, arrivo esausto alla fine, trovo una scusa diversa, mi invento qualcosa, faccio altro; rimando questo momento fino al giorno prima di andare in stampa.
Che cosa ho da dire oggi, adesso, alle diciotto e quidici?
Niente di più di quello che c’è già dentro, niente di più di quello che chi ha fatto la rivista ha già detto, niente di più di quello che vorrete dire voi. Se volete, l’editoriale serve solo a far capire al lettore chi è il colpevole della rivista. I complici sono elencati nel colophon. In fondo, sarei favorevole ad abolire gli editoriali.
Un bell’editoriale dovrebbe limitarsi a dire, “girate le pagine, guardate, imitate, ispiratevi, cercate di mettervi a vostro agio”. Mi farebbe piacere che i lettori non si accontentassero di leggere la rivista, ma la vivessero, tentando di condividere con gli autori tutte le sensazioni, le ragioni, il piacere di questo lavoro. Aggiungo solo un’informazione.
Chi ha il merito di amare Sugo, si accorgerà subito che questo numero è un po’ diverso dagli altri. Abbiamo cercato, infatti, di renderlo sempre di più una “rivista”, dando continuità ma aggiungendo nuove rubriche e informazioni, e abbassandone il prezzo.
Abbiamo cercato, nella speranza di esserci riusciti, di far fare alla nostra rivista un passo in avanti, senza snaturarla, ma anzi trovando nella sua identità le radici per il suo sviluppo. Per raggiungere lettori sempre più numerosi e vari, perché Sugo sia il luogo dove più persone possibile, diverse tra loro, cerchino la creatività.
Il numero tre, in particolare, è un numero con molta scrittura, perché siamo convinti che non ci sia differenza tra la scrittura e il disegno, tra design e arte. Sono mestieri diversi, certo; ma, in fondo, l’importante è avere qualcosa da raccontare.



Giorgio Camuffo


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